La vera difesa del Paese

E’ noto che le connessioni tra ambiente, economia e salute sono molto stretti. Questa settimana, dopo aver visto quali siano i danni a livello neurologico causati dai pesticidi usati in floricoltura, ci occupiamo di un ambito particolare ovvero l’influenza dei pesticidi e altre sostanze sull’insorgenza del Parkinson.
Lo facciamo naturalmente attingendo a fonti di informazione strettamente scientifiche e quindi mantenendoci ben lontani dalle tesi complottiste e antiscientifiche che avevano cercato di affermare ad esempio i legami tra vaccini e autismo.
Sono diverse le patologie professionali legate al settore agricolo di cui è stato riconosciuto un ruolo scatenante da parte di pesticidi, erbicidi, funghicidi, usati in agricoltura. Il 7 maggio in Francia è entrato in vigore un decreto che riconosce la malattia di Parkinson come malattia professionale e stabilisce un nesso causale con l’uso di pesticidi.
Già nel 2013 la prestigiosa rivista americana Neurology aveva pubblicato una metanalisi di 104 studi che dimostrava come l’esposizione ad idrocarburi solventi o a pesticidi sia associata ad un aumento del 60% del rischio di sviluppare il Parkinson.
Gli idrocarburi solventi sono contenuti nel petrolio e suoi derivati sono presenti nella vita quotidiana, come la benzina, la vernice, le colle e la trielina, mentre i pesticidi comprendono composti organoclorurati e organofosfati.
Gli erbicidi sono associati ad un aumento del rischio del 36% (che aumenta fino al 72% nel caso dell erbicida paraquat) e gli insetticidi in generale ad un aumento del 24%.
Dieci anni più tardi l’Università della California ha identificato con esattezza 10 pesticidi che danneggiano i neuroni dopaminergici implicati nello sviluppo del Parkinson e i risultati sono stati pubblicati su un’altra prestigiosa rivista scientifica Nature communications.
L’indagine epidemiologica aveva coinvolto bel 14.000 prodotti contenenti oltre 1.000 sostanze registrate. Le 10 sostanze killer identificate appartengono a quattro insetticidi (dicofol, endosulfan, naled, propargite), tre erbicidi (diquat, endothall, trifluralin) e tre fungicidi (solfato di rame [basico e pentaidrato] e folpet). La maggior parte di queste sostanze sono ancora in uso negli Stati Uniti.
Alcuni come endosulfan sono stati banditi a livello globale per la loro tossicità ma occorre constatare che la messa al bando di queste sostanze avviene solo dopo che gli esseri umani e in particolare certe categorie professionali hanno fatto da cavie per decenni.
Sempre rispetto al legame tra Parkinson e fattori ambientali è interessante lo studio epidemiologico ventennale Moli-Sani, partito nel 2005 sulla base della collaborazione tra alcuni atenei italiani (Bari, Varese, Roma) e vari istituti di ricerca. Lo studio ha coinvolto 25.000 molisani e i risultati hanno permesso tra l’altro di accertare il legame esistente tra inquinamento atmosferico e Parkinson. In particolare un ruolo importante lo giocano le polveri sottili chiamate PM10, quelle con diametro inferiore a 10 millesimi di millimetro. I ricercatori hanno osservato una chiara correlazione: al crescere dei livelli di PM10 corrisponde un’aumentata incidenza del Parkinson e ciò indipendentemente da fattori come età, genere, occupazione, patologie pregresse. Pare più nello specifico che le PM10 influiscano su una lipoproteina che potrebbe essere una mediatrice tra polveri sottili e Parkinson.
Insomma la relazione accertata oramai da anni di ricerche tra fattori ambientali e Parkinson dovrebbe stimolare gli interventi di prevenzione anche verso la riduzione delle polveri sottili e in direzione di pratiche agricole biologiche che escludono l’uso di pesticidi, erbicidi e funghicidi che mettono a rischio la salute individuale e collettiva dei cittadini.
Questa sarebbe la vera difesa del Paese!
